April
2006
Friends of Bangladesh0

Erano undici mesi che non tornavo a Dhaka. È importante per chi come me segue un progetto di auto-organizzazione umanista in un altro paese, viaggiare almeno due volte l’anno. Anzi forse è l’unica cosa che veramente serva, in questo tipo di volontariato non assistenzialista ma basato sulla forza di un progetto di trasformazione personale e sociale policentrico, ossia portato avanti simultaneamente in moltissimi punti del pianeta. Lo ho trovati bene, i miei amici. Vite non esenti da problemi quotidiani di padri di famiglia, studenti, lavoratori alle prese con una situazione sociale dove aumentano il fondamentalismo islamico ed i prezzi al consumo, mentre diminuiscono i diritti minimi e forse anche la speranza che un cambiamento, specie se mosso da un atteggiamento non violento, sia veramente possibile. Loro insistono, si organizzano, chiedono lumi. Si riuniscono settimanalmente, il venerdì mattina, in una piccolissima farmacia-ambulatorio sul crocicchio di 3 strade a West Monipur, che come tutti i quartieri è un pezzo di campagna trasportato pari pari in una megalopoli, Dhaka, che conta dodici milioni di abitanti. E lì pianificano come trasformare il quartiere. Ci credono, e la loro intenzione, al di là di ogni risultato “concreto†è l’unica cosa che conta. Chiedono di poter essere seguiti, appoggiati, raccontati anche dall’altra parte del mondo, in questo tentativo in mezzo a milioni di tentativi ignorati dall’informazione che si pubblica, di costruire una realtà a misura di cuore.
























