28
May
2007

Un monumento di scarpe per le vittime del mare0

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Per mettere assieme la più grande collezione mondiale di oggetti diversi tra loro, fino al punto di entrare nel “Guinnes dei primati”, Mohsen Lidhieb ha dovuto fare pochissima strada. Solo quella che separa dalla spiaggia la sua casa di Zarzis, un paese del sud della Tunisia. Cominciò nel 1996 e, dopo sei anni, gli oggetti erano quasi trentamila, tanto che decise di trasformare il suo cortile in un museo, il “Museo della memoria del mare”.
Un luogo sinistro e magico. Mohsen Lidhieb - con l’aiuto di squadre di ragazzini del paese - ha realizzato piramidi di bottiglie di plastica, trionfi di giganteschi copertoni colorati e anche un monumento alla memoria. E’ fatto di scarpe da ginnastica. Centinaia. Un’enorme catasta di scarpe che non finisce mai di crescere. Il mare ne porta in continuazione di nuove. Ma quando arrivano sulla battigia della spiaggia di Zarzis, l’acqua salata le ha pulite completamente della terra che hanno calpestato. Quasi sempre quella libica.
All’inizio della sua impresa, Mohsen aveva la sola ambizione di trasformare in arte la variegata spazzatura del Mediterraneo e non immaginava di aver realizzato un osservatorio dei naufragi. Se ne accorse in modo spaventoso il giorno in cui, durante la sua quotidiana perlustrazione della spiaggia, s’imbatté in un cadavere. Era il 2002. Negli anni successivi gli capitò di trovare altri due corpi. Le scarpe, dunque, non erano altro che il modo scelto dal mare per tenere la contabilità delle vite che si era portato via.

Gabriele Del Grande, un giovane giornalista dell’agenzia “Redattore sociale”, racconta la storia di Mohesen Lidhieb e del suo museo nella parte finale del libro-reportage “Mamadou va a morire” appena pubblicato da “Infinito edizioni”. E’ la ricostruzione più completa e aggiornata della strage degli africani che dalla fine degli anni Ottanta tentano di raggiungere via mare le coste italiane e spagnole.
Un libro duro, il frutto di un viaggio durato tre mesi tra la Tunisia e la Turchia, il Marocco e la Grecia, la Mauritania e il Senegal. Manca la Libia, ma solo perché Gabriele Del Grande - che ha realizzato il reportage totalmente a proprie spese - non ha avuto il visto per accedervi. Ha egregiamente colmato la lacuna con le testimonianze di migranti, in particolare eritrei, che hanno avuto la sfortuna di conoscere le carceri e la polizia di Gheddafi.
Se ne consiglia la lettura a chi plaude l’efficacia della collaborazione libica alla lotta contro l’immigrazione clandestina. E’ raro incontrare un mix così perfetto di ferocia, corruzione, sistematica violazione dei diritti umani. Ed è terribile il sospetto che pagina dopo pagina prende corpo: alla Libia è affidato il ‘lavoro sporcò che i paesi della civile Europa non possono permettersi di svolgere direttamente.
Lo suggerisce la concomitanza dello sterminio di neri africani nel Sahara, una strage meno visibile ma probabilmente anche più grande di quella che poi prosegue nel mare, e l’erogazione alla Libia da parte dell’Italia e dell’Europa di finanziamenti e dotazioni tecniche: jeep e gommoni, tende da campo e binocoli, giubbotti di salvataggio e coperte, ma anche mille sacchi per i cadaveri. Una piccola parte di quelli necessari: le vittime dei viaggi clandestini fino a oggi non sono state meno di diecimila.
Ma, alla fine ogni delitto, anche quello aparentemente perfetto, lascia una traccia. Così quella montagna di scarpe è, assieme, un monumento alle vittime del mare e alla vergogna.

fonte: la Repubblica

26
May
2007

Auguri “Yalla Italia”2

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Nasce il primo mensile italiano scritto da arabi

E’ nato un mensile scritto da otto giovani arabi. ‘Yalla Italia’ (’Vai Italia’) sara’ allegato da sabato prossimo al settimanale ‘Vita’.
La redazione del periodico, curato da figli di immigrati arabi, e’ composta soprattutto da universitari e ragazzi che fanno capo all’esperienza d’integrazione avviata gli anni scorsi nelle scuole milanesi dall’equipe del docente di letteratura araba alla Cattolica di Milano, Branca.Il 1/o numero sara’ dedicato allo humour e alle vignette nel mondo musulmano.

fonte: ansa

24
May
2007

Finchè la barca va…1

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Il barcone scomparso

Dal pomeriggio di lunedì si è perso ogni contatto con una barca di
dieci metri partita dalla Libia con un carico di 57 cittadini eritrei. Un
appello a proseguire nelle ricerche, lanciato ieri mattina da Laura
Boldrini, portavoce dell’ufficio dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), non ha
ancora avuto risposta. Tutto fa pensare all’ennesima tragedia
dell’immigrazione nel Mediterraneo.

Eppure lunedì mattina, alle 9,30, i passeggeri avevano visto un aereo
maltese volteggiare sulle loro teste e avevano creduto di essere in salvo.
In quel momento, uno di loro stava parlando con Lepeten, una donna eritrea
residente a Bologna. Le ha detto di quel piccolo aereo che da un paio
d’ore passava e ripassava. Ha aggiunto che dalla barca avevano già fatto,
col telefono satellitare, molte chiamate per chiedere aiuto. E per fortuna
l’aiuto era arrivato.

In realtà l’aereo partito da Malta stava svolgendo una ricognizione e non
era idoneo a un intervento di salvataggio. Il pilota ha segnato le
coordinate, ha scattato foto, ed è tornato alla base. Sulla barca la
situazione è diventata sempre più difficile. Entrava acqua. E le
telefonate continuavano. Con Bologna, con Bergamo, con l’Inghilterra.
Appelli disperati, ma precisi, indicando il numero esatto dei passeggeri:
non 53 come dicevamo i maltesi, ma 57. Un errore determinato dal fatto che
oltre agli uomini (28) e alle donne (23) c’erano anche sei bambini
piccoli, così piccoli che quasi tutti erano sfuggiti al conteggio.

Tra le 14,30 e le 15 di lunedì le comunicazioni tra i passeggeri della
barca e i connazionali residenti in Europa si sono interrotte. Verso le
16, l’aereo ricognitore maltese è tornato nella zona e non ha trovato
nulla. Poco dopo, quello stesso punto mare (a una ottantina di miglia a
sud di Malta) è stato raggiunto, all’ora programmata, le 18 della sera, da
una motovedetta. La barca non c’era più e il mare era molto mosso. Lo era
già quando i passeggeri hanno chiesto soccorso.

Inoltre il motore era rotto e lo scafista stava male, vomitava, non era
nelle condizioni fisiche per governare la barca che il vento trascinava
verso sud. Ma è difficilissimo che abbia raggiunto la terra. Le fotografie
scattate dall’aereo mostrano i passeggeri, molto probabilmente nelle
ultime ore di vita, che indossano i salvagenti e armeggiano con delle
taniche. Si distingue anche, in braccio alla madre, un bambino di pochi
mesi.

Fonte: La Repubblica
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Una notizia come questa non lascia risposta se non l’indignazione.
Il primo avvistamento e richiesta di aiuto è stato fatto alle 9,30 del mattino e la motovedetta è arrivata alle 18,00 (nove ore dopo!) giusto in tempo per non trovare nemmeno i resti.
Per eventi come questi non esistono giustificazioni, non ci sono scuse e sinceramente è molto difficile comprenderne il motivo…

23
May
2007

Giornata di Commemorazione dell’abolizione della Schiavitù1

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20
May
2007

Figli di un dio minore?0

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Il Ministro dell’Interno e il Ministro delle Politiche per la Famiglia hanno emanato una direttiva con cui si stabilisce che per l’ingresso e la permanenza in Italia del minore straniero adottato o affidato a scopo di adozione non è richiesto il permesso di soggiorno. Fino ad ora se una coppia italiana adottava un bambino all’estero, al momento del suo ingresso in Italia, nonostante il possesso di un cognome italiano, per lo stesso doveva essere rilasciato un permesso di soggiorno come qualsiasi cittadino straniero. Con questo provvedimento, il minore che entra in Italia per adozione non avrà più bisogno del permesso di soggiorno.

Però….

La Corte Costituzionale ha di recente dichiarato che è legittima l’espulsione dello straniero che ha una relazione con una cittadina italiana incinta, perché:

E’ manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, nella parte in cui prevede che il decreto di espulsione debba essere eseguito anche nei confronti dello straniero extracomunitario legato da una relazione affettiva con una cittadina italiana, in stato di gravidanza, impedendo così a costui di assicurare alla donna stessa e al nascituro assistenza materiale e morale.
Il decreto legislativo (25 luglio 1998, n. 286), prevede non già un divieto assoluto, ma una temporanea sospensione del potere di espulsione (o di respingimento) delle donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita del figlio cui provvedono, l’estensione di tale disciplina al rispettivo marito convivente presuppone una certezza dei rapporti familiari che non è dato riscontrare nel caso di una relazione di fatto che, come tale, non può che essere affermata dagli interessati e che la questione di legittimità costituzionale, pone in realtà in comparazione trattamenti riservati a situazioni profondamente diverse e, quindi, non irragionevolmente disciplinate in modo diverso dal legislatore”.

In parole povere da una parte una legge che concede un minimo diritto ai bambini adottati, dall’altra una che toglie questo diritto a dei bambini che ancora devono nascere.

Eppure in questo periodo ho sentito e visto una forte crociata sia politica che religiosa sul “valore della famiglia”.
Forse mi sono perso qualcosa, mi sarà sfuggito un dettaglio, perché non avevo capito che si parlava solamente di una nuova “razza ariana”!?