May
2007
Un monumento di scarpe per le vittime del mare
Per mettere assieme la più grande collezione mondiale di oggetti diversi tra loro, fino al punto di entrare nel “Guinnes dei primati”, Mohsen Lidhieb ha dovuto fare pochissima strada. Solo quella che separa dalla spiaggia la sua casa di Zarzis, un paese del sud della Tunisia. Cominciò nel 1996 e, dopo sei anni, gli oggetti erano quasi trentamila, tanto che decise di trasformare il suo cortile in un museo, il “Museo della memoria del mare”.
Un luogo sinistro e magico. Mohsen Lidhieb - con l’aiuto di squadre di ragazzini del paese - ha realizzato piramidi di bottiglie di plastica, trionfi di giganteschi copertoni colorati e anche un monumento alla memoria. E’ fatto di scarpe da ginnastica. Centinaia. Un’enorme catasta di scarpe che non finisce mai di crescere. Il mare ne porta in continuazione di nuove. Ma quando arrivano sulla battigia della spiaggia di Zarzis, l’acqua salata le ha pulite completamente della terra che hanno calpestato. Quasi sempre quella libica.
All’inizio della sua impresa, Mohsen aveva la sola ambizione di trasformare in arte la variegata spazzatura del Mediterraneo e non immaginava di aver realizzato un osservatorio dei naufragi. Se ne accorse in modo spaventoso il giorno in cui, durante la sua quotidiana perlustrazione della spiaggia, s’imbatté in un cadavere. Era il 2002. Negli anni successivi gli capitò di trovare altri due corpi. Le scarpe, dunque, non erano altro che il modo scelto dal mare per tenere la contabilità delle vite che si era portato via.
Gabriele Del Grande, un giovane giornalista dell’agenzia “Redattore sociale”, racconta la storia di Mohesen Lidhieb e del suo museo nella parte finale del libro-reportage “Mamadou va a morire” appena pubblicato da “Infinito edizioni”. E’ la ricostruzione più completa e aggiornata della strage degli africani che dalla fine degli anni Ottanta tentano di raggiungere via mare le coste italiane e spagnole.
Un libro duro, il frutto di un viaggio durato tre mesi tra la Tunisia e la Turchia, il Marocco e la Grecia, la Mauritania e il Senegal. Manca la Libia, ma solo perché Gabriele Del Grande - che ha realizzato il reportage totalmente a proprie spese - non ha avuto il visto per accedervi. Ha egregiamente colmato la lacuna con le testimonianze di migranti, in particolare eritrei, che hanno avuto la sfortuna di conoscere le carceri e la polizia di Gheddafi.
Se ne consiglia la lettura a chi plaude l’efficacia della collaborazione libica alla lotta contro l’immigrazione clandestina. E’ raro incontrare un mix così perfetto di ferocia, corruzione, sistematica violazione dei diritti umani. Ed è terribile il sospetto che pagina dopo pagina prende corpo: alla Libia è affidato il ‘lavoro sporcò che i paesi della civile Europa non possono permettersi di svolgere direttamente.
Lo suggerisce la concomitanza dello sterminio di neri africani nel Sahara, una strage meno visibile ma probabilmente anche più grande di quella che poi prosegue nel mare, e l’erogazione alla Libia da parte dell’Italia e dell’Europa di finanziamenti e dotazioni tecniche: jeep e gommoni, tende da campo e binocoli, giubbotti di salvataggio e coperte, ma anche mille sacchi per i cadaveri. Una piccola parte di quelli necessari: le vittime dei viaggi clandestini fino a oggi non sono state meno di diecimila.
Ma, alla fine ogni delitto, anche quello aparentemente perfetto, lascia una traccia. Così quella montagna di scarpe è, assieme, un monumento alle vittime del mare e alla vergogna.
fonte: la Repubblica

























