July
2007
“Assolto grazie allo sfruttamento”
Un giudice torinese, ha assolto un clandestino di 21 anni processato per direttissima per non avere obbedito a un provvedimento di espulsione.
Il giovane ha dichiarato che: “Devo sopravvivere con cinquanta euro alla settimana, perche’ il resto dei soldi che guadagno li spedisco alla famiglia in Marocco. Lavorando in un una gastronomia dodici ore al giorno, guadagno 150 euro alla settimana. Tra quello che spendo per affittare un posto letto da un amico e quello che invio a mia madre in Marocco me ne rimangono 200 al mese, e ci sopravvivo’.
Il magistrato ha ritenuto che ’il fatto non costituisce reato’ perche’, evidentemente, la scarsita’ di denaro disponibile costituisce uno dei ’giustificati motivi’ previsti dalla legge sull’immigrazione per evitare il rimpatrio: senza denaro e senza documenti organizzare il viaggio e’ impossibile.
’In queste situazioni - spiega uno dei pm della procura di Torino che si occupano del fenomeno - le sentenze sono contrastanti. I giudici, insomma, decidono caso per caso, e non sempre in maniera uniforme’. In udienza, la pubblica accusa aveva chiesto di condannare l’imputato a cinque mesi e dieci giorni di reclusione.
Fonte: www.aduc.it
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Leggendo questa notizia risalta la sensibilità del giudice davanti a questo caso (e come questo ce ne sono migliaia in Italia, solo che non hanno avuto la fortuna di incappare nella stessa comprensione), ma sorge anche una grande indignazione, un forte senso di ingiustizia, vedendo che è il giovane immigrato ad essere condannato solo perchè non ha il permesso di soggionro (l’assenza di un foglio che costituisce un grave reato!), non il suo datore di lavoro che lo “sfrutta” per 12 ore al giorno pagandolo 150 euro settimanali.
Se il ragazzo lavorasse 5 giorni alla settimana (e non è detto che sia proprio così) percepirebbe un compenso pari a € 2,5 (e senza contributi ovviamente).
Io rifletterei più sul “crimine” dello sfruttamento che credo sia evidentemente più grave di qualcuno che cerca di far sopravvivere la propria famiglia.

























