Documento di analisi della situazione sociale italiana

In un contesto mondiale caratterizzato dall’incontro/scontro tra diverse culture è necessario analizzare la situazione italiana da questo punto di vista per capire meglio come questo fenomeno sociale si rappresenta sul territorio nazionale.

Il presente documento consta di cinque capitoli:

  • La situazione mondiale: cenni di “globalizzazione” e “mondializzazione”
  • Il fenomeno migratorio in Italia: il percorso storico, l’immigrazione in Italia, le caratteristiche, la legislazione, l’integrazione, l’immigrazione e l’incontro tra le culture, il “sentire popolare”
  • La cooperazione internazionale: l’azione delle organizzazioni governative e non governative, la cooperazione “dal basso”
  • Conclusioni: proposte, spunti di riflessione su identità, cultura, dialogo
  • Bibliografia

LA SITUAZIONE MONDIALE.
Viviamo in un momento storico di grande complessità, di profonde contraddizioni ma anche di grandi possibilità per l’umanità: l’accelerazione della crisi del sistema e l’intensificarsi degli scontri tra le culture sono sempre più evidenti e richiedono comprensione e risposte.
L’attuale situazione conflittuale è generata in gran parte dalla “globalizzazione”, fenomeno prodotto da un modello culturale che si sta imponendo con violenza a livello planetario, concentrando il potere economico, politico e militare e che attraverso il mito de “la felicità mediante il denaro”, impone un sistema di valori basato sul possesso di oggetti, sulla competitività e sull’individualismo.

I rappresentanti di questo modello culturale (tra i maggiori i gruppi finanziari e gli interessi bancari) sviluppano la loro politica espansionistica attraverso l’interventismo diretto o indiretto, mediante regimi politici corrotti e violenti, producendo l’indebitamento e l’impoverimento di grandi regioni; grazie al monopolio dei mezzi di comunicazione controllano la coscienza e la soggettività delle persone con informazioni manipolate e con la proposta di un modello di vita che pretende di omogeneizzare ed uniformare tutto.Di fronte a questo fenomeno si osservano due tipo di risposte culturali e sociali: la perdita o l’abbandono dell’identità culturale (“adattamento decrescente”) sotto differenti forme di ricatto e pressione, o per contrasto, il fondamentalismo, nel nome del quale si difendono e si rafforzano gli aspetti più negativi della cultura di origine (“disadattamento”).

Fortunatamente è in moto anche un altro processo universale, noto come “mondializzazione”, in cui le diverse culture del mondo si muovono verso la convergenza, senza perdere la loro forma di vivere, né la loro identità.
La separazione dei gruppi umani e delle loro culture sta scomparendo, collocando la gente in una situazione di interconnessione, esponendola a diversi punti di vista ed esperienza. Osserviamo un aumento nella reciprocità delle influenze in varie sfere di attività tra gruppi sociali o di ambienti geograficamente distanti tra loro.
Le diverse culture sono entrate ed entrano in contatto le une con le altre a causa di differenti motivi: cause naturali e cause strettamente vincolate ai comportamenti umani. La particolarità dell’attuale momento storico è che queste interrelazioni fra culture sono sempre più legate a motivazioni “umane”, e sempre meno a motivazioni “naturali”. E’ un dato di fatto che le guerre, la povertà, la persecuzione politica, ma anche la voglia di conoscere, la facilità nelle comunicazioni e negli spostamenti, fanno si che si producano sempre più relazioni fra le culture. Lo sviluppo, quindi, delle telecomunicazioni, di internet e dell’informatica ma soprattutto le massive migrazioni a livello mondiale, così come quelle dal mezzo rurale a quello urbano, determinano che l’incontro tra le culture sia argomento del quotidiano e che si sia imposto alla nostra attenzione al di là della nostra intenzione.
In questo contesto mondiale l’incontro tra le culture avviene in modalità diverse ma sono le migrazioni, in particolare, che determinano tale fenomeno: in Italia ciò è avvenuto soprattutto come conseguenza dell’immigrazione.

IL FENOMENO MIGRATORIO IN ITALIA

IL PERCORSO STORICO
Il profilo migratorio dell’Italia, tradizionalmente paese di emigrazione, ha cominciato a cambiare a partire dai primi anni 70. Le partenze sono calate: da 285.000 in media negli anni 50, sono passate a 246.000 tra il 1961 e il 1972, poi a 94.000 nel periodo 1972 – 1987. Inoltre, mentre negli anni 50 le partenze erano due volte più numerose degli arrivi, il saldo migratorio negativo è nettamente diminuito nel corso degli anni 60, fino a diventare positivo per la prima volta nel 1973.
L’Italia è così diventata un paese di immigrazione. Ciononostante i segni dell’emigrazione passata restano ancora evidenti, non solo nei numeri (più di 4 milioni di italiani vivono all’estero oggi) ma anche e fortemente nel quadro legislativo italiano e nell’immaginario collettivo.

I movimenti migratori verso l’Italia iniziano quindi nei primi anni 70 quando, in seguito alla crisi petrolifera, i tradizionali paesi di immigrazione europei mettono delle barriere all’ingresso di lavoratori stranieri. L’assenza di misure restrittive, insieme alla posizione geografica dell’Italia, sono le cause principali del cambiamento di segno del saldo migratorio.
Al censimento nazionale del 1981, risultavano circa 331.000 stranieri residenti in Italia, compresi, beninteso, i cittadini dell’allora Comunità Economica Europea. Sette anni dopo, nel 1988, gli stranieri soggiornanti erano più di 645.000, ovvero un aumento di quasi il 100% nell’arco di pochi anni. La tendenza è stata confermata nel corso degli anni 90 : se nel 1990 si contavano 781.000 stranieri, nel 2000 le presenze sfioravano la cifra di 1.400.000. L’aumento più rilevante è stato quello dell’anno 2002: da 1.512.324 di stranieri regolarmente soggiornanti al 1° gennaio 2002, si è passati a quasi 2.500.000 all’inizio del 2003. Questo non significa necessariamente che ci sia stato un alto numero di ingressi, ma piuttosto che molte presenze sfuggivano al conteggio, come dimostrato dall’alto numero di domande presentate durante la sanatoria voluta dal governo Berlusconi nel novembre 2002.

Attualmente, l’immigrazione nella penisola vive una fase caratterizzata da due processi : da un lato la stabilizzazione dei flussi più datati che assumono una dimensione familiare e si radicano nel passaggio generazionale, dall’altro un’intensificazione di nuovi flussi provenienti soprattutto dall’Europa dell’Est.

L’IMMIGRAZIONE IN ITALIA( alcuni dati)
All’inizio del 2004 le statistiche indicano 2 milioni e 600 mila stranieri regolarmente soggiornanti sul territorio italiano.
La presenza complessiva è stata stimata, dal dossier della Caritas del 2004, aggiungendo alle persone registrate dal Ministero dell’Interno circa 400.000 minori stranieri, che aumentano al ritmo di 65.000 l’anno (35.000 come nuovi nati e 25.000 come nuovi ingressi) a testimoniare del processo di stabilizzazione dei flussi migratori.
I primi tre gruppi nazionali presenti sul territorio italiano sono: Romania, Marocco ed Albania, ciascuno con circa 230/240mila soggiornanti registrati.
Al quarto posto per numero di soggiornanti balza sorprendentemente l’Ucraina (113.000), al quinto la Cina (100.000). Nella fascia tra le 70 e le 60.000 presenze troviamo Filippine, Polonia e Tunisia, mentre nutrito è il gruppo di paesi con 40.000 presenze (Stati Uniti, Senegal, India, Perù, Ecuador, Serbia, Egitto, Sri Lanka).
Per quanto riguarda i continenti si impone la presenza europea con quasi la metà del totale (47,9% di cui solo il 7% costituito da cittadini comunitari), seguita dall’Africa con quasi un quarto (23,5%).
E’ consistente anche la rappresentanza asiatica (16,8%) mentre è più ridotta quella americana (11,5%).
Se nel 1991 i maschi costituivano il 58%, oggi rappresentano il 51,6% delle presenze, anche grazie al protagonismo paritetico delle donne nella regolarizzazione del 2002. C’è quindi un sostanziale equilibrio tra i due sessi, anche se per determinati gruppi nazionali il rapporto è ancora sbilanciato.
Le donne, del resto, hanno una presenza maggioritaria in diverse regioni (Campania, Molise, Umbria, Lazio, Liguria, Abruzzo e Sardegna) e in numerose province.
Per quanto riguarda lo stato civile, i coniugati sono la metà del totale (49,9%).
Quanto alle classi di età, quella più rappresentata è tra i 19 e 40 anni: 1,5 milioni di persone, quindi il 58,5% del totale; quella tra i 41 e i 60 anni costituisce il 21,1%, i minori rappresentano il 15,6% e gli ultrasessantenni il 4,8% .
La religione di appartenenza degli immigrati (il dato è dedotto dalla nazionalità) più rappresentata è quella cristiana (49,5%), seguita da quella mussulmana con un terzo delle presenze (33%). I
fedeli di religioni orientali sono all’incirca il 5%, mentre gli altri gruppi hanno una rappresentanza molto ridotta (gli ebrei, ad esempio, sono lo 0,3%).
La convivenza multireligiosa in un contesto a maggioranza cristiana viene affrontato anche in riferimento ad aspetti concreti, come ad esempio quello delle classi confessionali e dei simboli religiosi, verso i quali gli italiani si mostrano abbastanza aperti (il 70% si dichiara contrario ad una legge restrittiva come quella approvata in Francia).
Se la ripartizione territoriale degli immigrati si dovesse esprimere con una sorta di modulo calcistico, si dovrebbe parlare del 6-3-1 e cioè di una ripartizione scalare: grosso modo 60% nel Nord (1 milione e 500 mila immigrati, con netta prevalenza della Lombardia che ne conta 606 mila), il 30% nel Centro (710 mila, con epicentro nel Lazio che arriva a 369 mila immigrati) e il 10% (357 mila) nel Meridione,dove la prima regione è la Campania (121 mila).
Spesso il capoluogo regionale calamita la quota più consistente di stranieri, con casi di vero e proprio monopolio (Roma e Perugia, ad esempio); altre volte il potere di attrazione o viene esercitato da province diverse dal capoluogo o è molto attenuato. Il grado di “visibilità” degli stranieri, e il conseguente atteggiamento della popolazione, è quindi molto differenziato da località a località. Ad esempio, le province di Palermo e di Catania detengono ciascuna circa un quarto delle presenze immigrate regionali; lo stesso accade per Treviso e Verona nel Veneto, mentre Venezia si ferma al 13%.
A livello nazionale gli immigrati hanno un’incidenza del 4,5% sulla popolazione complessiva, ovvero un immigrato ogni 22 abitanti: 6,5% nel Centro, 6% nel Nord, 2% nel Sud e 1,5% nelle Isole. Si è attorno al 7% nel Lazio, in Lombardia e in Emilia Romagna. Vi sono province nelle quali l’incidenza è dell’11% (Prato), del 9% (Roma e Brescia) dell’8% (Reggio Emilia, Pordenone, Treviso), del 7% (Modena, Trieste, Mantova, Verona, Firenze, Macerata, Perugia). Nel Meridione l’incidenza più alta si ha in Abruzzo (3%) e nelle province de L’ Aquila, Crotone, Teramo e Ragusa (4%).
Le motivazioni su cui vengono rilasciati i titoli di soggiorno sono soprattutto il lavoro (66,1% degli immigrati) e motivi famigliari (24,3%). I due motivi assommano così il 90% delle presenze e mostrano la fortissima tendenza all’inserimento stabile.
Osservando la tendenza storica, la quota dei soggiorni per lavoro, a seguito della regolarizzazione, è aumentata di 10 punti percentuali: da 834.000 sono passati a 1.450.000 e bisogna inoltre considerare che tra quelli presenti per motivi familiari un terzo o forse la metà e più svolge attività lavorativa, così che quasi i tre quarti della popolazione immigrata contribuisce all’economia del paese. Vi è anche un 7% di permessi rilasciati per inserimento medio-stabile (studio, residenza elettiva, motivi religiosi), complessivamente, quindi, il 97% dei permessi di soggiorno viene rilasciato per motivi di insediamento e ciò relega in una dimensione decisamente anacronistica l’idea dell’immigrazione come fenomeno congiunturale.
I motivi di studio, che mediamente sono il 2%, raggiungono un valore più alto nelle province di importanti città di cultura o universitarie: Trieste 10,7%, Firenze 9,1%, Siena 5,5%, Bologna 5,0%, Perugia 4,9%, Padova 4,7%, Pisa 4,1%, Ferrara 4,0%, Bari 2,7% e Lecce 2,5%.
A Roma la percentuale è più bassa, anche se vi è un numero molto elevato di studenti, tra università statali e pontificie: alla sola “Sapienza” vi sono più di 6.000 studenti stranieri provenienti da 150 stati diversi.

LE CARATTERISTICHE DELL’IMMIGRAZIONE IN ITALIA
Una prima caratteristica dell’immigrazione in Italia deriva quindi dal fatto che si tratta di un fenomeno relativamente recente. Tuttavia non bisogna insistere troppo su questo aspetto: infatti l’immigrazione è entrata da diversi anni in una fase di stabilizzazione, mentre nell’ambito politico e della ricerca la repentinità del fenomeno viene sottolineata in un modo spesso eccessivo che impedisce di vedere i cambiamenti in atto, favorendo un atteggiamento culturale e politico immaturo e limitato.

Uno degli aspetti che colpisce di più dell’immigrazione in Italia è il suo policentrismo: i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia al 31 dicembre 2002 provengono da 191 paesi diversi; per raggruppare l’80% degli immigrati bisogna considerare almeno 30 nazionalità differenti. Si tratta di un dato costante negli anni e che caratterizza quindi il quadro migratorio italiano, differenziandolo da tutti gli altri paesi di immigrazione europei.
Un’altra specificità del caso italiano è la coesistenza di un alto tasso di disoccupazione con un’immigrazione numericamente importante. Se fino alla prima metà degli anni 90 gli esperti spiegavano questo fatto vedendo nei flussi verso l’Italia una predominanza di push factors (fattori di spinta a lasciare il paese d’origine) sui pull factors (fattori di attrazione verso il paese di accoglienza), teorie più recenti mostrano invece come questo dato apparentemente contraddittorio nasconda in realtà un’importante domanda da parte del mercato del lavoro italiano. Il mercato del lavoro non è unico e compatto ma presenta una segmentazione interna. Gli immigrati vanno a rispondere alla domanda del mercato del lavoro definito “secondario”, intendendo con questo termine tutti i lavori faticosi, poco remunerati, pericolosi, sempre più abbandonati dalla popolazione autoctona. In Italia poi bisogna aggiungere un terzo importante settore che è quello del lavoro informale, sommerso, nero: settore molto vasto per prosciugare il quale nessuna politica efficace è stata finora messa in atto. L’inserimento in questo settore costituisce per gli stranieri il solo inserimento possibile nel caso in cui siano sprovvisti di titolo di soggiorno, e anche molti stranieri in situazione di soggiorno regolare spesso non hanno altre opportunità oppure preferiscono un guadagno più alto piuttosto che pagare i contributi per dei servizi previdenziali di cui comunque non potranno beneficiare in intero. Anche i costi (economici e burocratici) che pesano su un datore di lavoro che impieghi regolarmente un lavoratore straniero sono un incentivo all’economia informale. Si può quindi dire che l’inserimento lavorativo degli stranieri avviene soprattutto in seguito ad una domanda implicita e sotterranea del mercato italiano.

I minori stranieri e le “seconde generazioni”
In Italia vivono oggi circa 400.000 minori stranieri regolari, figli di immigrati giunti a seguito dei genitori, oppure attraverso ricongiungimento familiare, o ancora nati in Italia. Ci sono poi minori irregolari perché i loro genitori hanno una posizione irregolare, e minori irregolari in quanto giunti in Italia non accompagnati dai genitori o altri parenti.
Due questioni si pongono con notevole urgenza rispetto ai minori stranieri: la prima è l’inserimento delle cosiddette “seconde generazioni”, cioè i figli degli stranieri immigrati nati in Italia o giunti molto piccoli (che potranno ottenere la cittadinanza ai 18 anni); la seconda è quella data dai minori stranieri non accompagnati.
La comparsa nella nostra società delle seconde generazioni pone una serie di nuovi quesiti e lancia delle nuove sfide alle istituzioni, ad iniziare dalla scuola, alle leggi e al pensiero comune. Occorre re interrogarsi su concetti come identità nazionale, cittadinanza, cultura. Sarà compito delle istituzioni e delle leggi garantire a questi nuovi cittadini parità di diritti e di opportunità nel campo della formazione, del lavoro, della partecipazione sociale, civile e politica. Sarà compito della scuola e delle altre agenzie educative fornire a tutti gli strumenti necessari ad essere dei cittadini maturi, critici e consapevoli, nella nostra società. Sarà compito dei mezzi di comunicazione e dell’associazionismo diffondere una nuova immagine plurale della nostra società, e una nuova mentalità che non chiuda l’identità e il destino delle persone nella loro origine “etnica” o nazionale.
I minori stranieri non accompagnati costituiscono una nuova categoria sociale e giuridica per il nostro paese. Sono quei minori che entrano nel territorio senza essere accompagnati da genitori o parenti, e quindi irregolarmente secondo la legge, e che non sono richiedenti asilo. Nella maggior parte dei casi sono in tutto e per tutto dei “piccoli migranti” che condividono le stesse preoccupazioni dei più grandi: la casa, il lavoro, il permesso di soggiorno. Anche per loro, come per tutti gli immigrati, si è creato recentemente una sorta di “diritto speciale” che ha permesso di far prevalere gli interessi di controllo dell’immigrazione clandestina sul rispetto dei diritti del minore sanciti dalle convenzioni internazionali e dal nostro ordinamento. Il loro destino è stato in gran parte affidato ad un organo amministrativo centrale dipendente dal governo, il Comitato per i Minori Stranieri (la cui legittimità è stata messa in forte discussione dagli esperti di diritto) che si occupa di decidere del “rimpatrio assistito” di questi minori. Introducendo il mezzo del rimpatrio, il governo è riuscito a scavalcare tutto il sistema normativo a tutela del minore e il divieto di espulsione dei minori sancito dal Testo Unico 286, e a mettere in piedi una politica di esclusione, precarizzazione ed espulsione dei minori soli.

LEGISLAZIONE: QUADRO GIURIDICO ED EVOLUZIONE DELLE LEGGI
In tutte le leggi che si sono susseguite nella regolamentazione dell’immigrazione in Italia si possono riconoscere due capitoli principali: uno mirato ad aumentare il controllo sui flussi di ingresso, l’altro a fornire le misure legislative necessarie al rispetto dei diritti degli stranieri e al loro inserimento nella società italiana. Si può dire che tutte le leggi finora create abbiano fallito su entrambi questi fronti: regolamentando gli ingressi in modo sempre più rigido si sono allontanate dalle esigenze reali dell’economia italiana alimentando una crescente clandestinità; allo stesso tempo le misure relative ai diritti e agli strumenti di integrazione sono rimaste disattese e si sono ristretti gli spazi di accesso al diritto da parte degli stranieri, soprattutto nelle possibilità di ricorso contro gli interventi che li riguardano.
La prima legge organica sull’immigrazione dopo il periodo fascista è stata scritta nel 1990. A partire dal 1982 erano stati emessi decreti e interventi ad hoc per affrontare le nuove esigenze poste dai flussi migratori, ma queste misure non arrivavano a costituire un vero e proprio quadro giuridico del fenomeno. La legge 39 del 1990, nota come Legge Martelli prevedeva da un lato dei criteri molto restrittivi per l’ingresso e il soggiorno del cittadino stranieri e dall’altro delle misure volte a sanzionare l’immigrazione clandestina e il suo sfruttamento criminale. Di questi strumenti né i primi né i secondi hanno funzionato come previsto. Il solo vero effetto della legge Martelli è stato di regolarizzare una parte degli immigrati soggiornanti per mezzo della sanatoria generalizzata. In questo modo la legge del 1990 inaugurava nel campo dell’immigrazione quella che è a tutti gli effetti una consuetudine italiana: leggi inefficaci accompagnate da frequenti regolarizzazioni generali delle situazioni di fatto.
Tre leggi sulla disciplina dell’immigrazione hanno seguito la legge Martelli, e hanno coinciso con tre grandi regolarizzazioni: 1995, 1998 e 2002. Il testo di legge più completo e innovativo è quello del 1998, noto come Legge Turco Napoletano e registrata come legge 40/1998, poi confluita nel testo unico 286/98. Ridefinisce i criteri di ingresso in senso restrittivo, indurendo i respingimenti e le espulsioni, e afferma in modo più marcato i diritti degli stranieri, in particolare la parità di fronte all’impiego e al sistema sanitario. I tre elementi più importanti introdotti da questa legge e che ritroviamo tuttora sono: i decreti flussi, i centri di detenzione temporanea e il vincolo tra contratto di lavoro e titolo di soggiorno.
Ogni anno la presidenza del consiglio dei ministri pubblica un documento nel quale fissa il numero di ingressi possibile per l’anno in questione, in base a paese d’origine e motivo di ingresso, cioè lavoro autonomo, studio, ricongiungimento ecc. Questo sistema lascia un ampio margine di discrezione e dà grande potere di influenza all’ambiente politico del momento. Questo sistema di quote influenza a sua volta le relazioni internazionali, aumentando le condizioni di dipendenza di alcuni paesi, e non risponde alle reali esigenze dell’economia italiana né dei lavoratori stranieri.
I Centri di permanenza temporanea sono strutture nelle quali vengono trattenuti stranieri sottoposti a provvedimento di espulsione, in attesa di accertamenti supplementari sulla loro identità o nazionalità, o di acquisire i documenti per il rimpatrio (non possono quindi essere accompagnati direttamente alla frontiera). Si parla di “trattenimento” e non di detenzione perché la mancanza del permesso di soggiorno è un illecito amministrativo e non un reato penale.
L’istituzione dei centri di detenzione temporanea è stato uno dei punti più contestati del testo di legge: per la prima volta nella storia del nostro Paese, si prevede che una persona che commette un’irregolarità amministrativa (il non essere in regola con le disposizioni relative all’ingresso ed al soggiorno sul territorio nazionale) possa essere privata della libertà in attesa di essere espulsa.

A partire dall’entrata in vigore della legge Turco-Napolitano uno straniero che vuole entrare regolarmente in Italia per lavorare deve disporre di un contratto di lavoro prima di varcare la frontiera italiana. Le procedure attraverso le ambasciate italiane sono complesse e farraginose, e non rispondonno certo neppure alle esigenze e alle abitudini dei datori di lavoro italiani. Questo meccanismo costituisce perciò una delle cause principali dell’immigrazione irregolare e clandestina.
Senza intaccare il quadro generale tracciato nel 1998, le misure introdotte nel 2002 dalla legge 189 detta Bossi-Fini, hanno indurito le condizioni di ingresso e soggiorno, introducendo contemporaneamente delle forti limitazioni ai diritti degli stranieri. L’esito principale della legge, infatti, è stato quello di diminuire le possibilità di accesso degli stranieri al sistema giudiziario italiano, accentuando la loro condizione di precarietà: il limite di tempo di detenzione nei CPT è passato da 20 a 60 giorni, mentre il tempo utile per presentare ricorso è stato ridotto a 3 giorni, ed è aumentata la lista di casi che danno luogo a provvedimenti di espulsione e rimpatrio. Allo stesso tempo è stato rafforzato il legame tra contratto di lavoro e titolo di soggiorno, tramite l’istituzione del contratto di soggiorno che espira automaticamente nel momento in cui lo straniero perde il posto di lavoro senza trovare una nuova occupazione nel tempo di 6 mesi.
Cittadinanza _ Per quanto riguarda la cittadinanza il testo fondamentale resta la legge 91 del 1992, la prima grande riforma di questo ambito dopo il 1912, e in seguito marginalmente modificata con la legge 379 del 2000.
L’acquisizione della cittadinanza in Italia è fondata innanzitutto sul principio del diritto del sangue, con alcune correzioni in direzione del diritto del suolo. Il criterio dello ius soli si applica in particolare: nel caso di una persona nata sul territorio italiano da genitori sconosciuti o apolidi, nel caso di una persona che si trovi sul territorio nazionale sprovvista di altre nazionalità dimostrabili, nel caso in cui la nazionalità sia acquisita per legge. Questo ultimo caso è disciplinato in modo restrittivo, soprattutto per quanto riguarda la naturalizzazione. Uno straniero può ottenere la cittadinanza italiana se dimostra di avere almeno un genitore italiano, se è legalmente adottato da un cittadino italiano, se è minorenne e figlio di una persona che abbia acquisito la cittadinanza italiana, se è spostato con un cittadino italiano dopo aver soggiornato regolarmente per almeno 6 mesi sul territorio nazionale, per naturalizzazione. Questa ultima modalità ha un carattere molto discrezionale. La cittadinanza viene infatti concessa per decreto del Presidente della Repubblica e il rispetto delle condizioni necessarie alla richiesta (6 anni di soggiorno regolare) non ne garantisce l’ottenimento: per ogni domanda devono essere valutate le possibilità di integrazione dello straniero, senza che vi siano dei criteri fissati per questo. La vaghezza del termine fa sì che la concessione della cittadinanza sia essenzialmente discrezionale.
La maggior parte delle acquisizioni di cittadinanza avviene per matrimonio.
Asilo _ Il sistema normativo italiano non si è ancora dotato di una legge organica sull’asilo, per quanto questo costituisca addirittura criterio di ammissibilità all’interno dell’Unione Europea.
Sia la legge Turco Napolitano che la Bossi Fini, hanno lasciato sostanzialmente inalterata la fragile disciplina contenuta nell’art. 1 della legge Martelli del 1990, che peraltro era esplicitamente provvisoria.
Le procedure per richiedere ed ottenere l’asilo in Italia sono complesse e farraginose. Uno dei problemi più gravi è l’assenza di un personale di frontiera adeguatamente formato, giuridicamente e linguisticamente, per informare i neo arrivati dei loro diritti e per raccogliere le eventuali domande di asilo. Basti pensare che dal centro di accoglienza di Lampedusa non è mai partita una sola richiesta di asilo, come hanno denunciato gli osservatori inviati dall’Unione Europea.
Inoltre, l’attuale malfunzionante disciplina limita il diritto d’asilo ai soli rifugiati, che costituirebbero, in diritto, solo una parte degli stranieri aventi diritto d’asilo. Il rifugiato è, nella definizione data dalla Convenzione di Ginevra del 1954, colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue idee politiche, si trovi fuori dal paese di cui è cittadino e non possa o non voglia, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo paese”. Mentre secondo l’art. 10 della Costituzione Italiana, ha diritto d’asilo chiunque si veda precluso “l’effettivo esercizio delle libertà democratiche” nel proprio paese.

IL (NON) MODELLO DI INTEGRAZIONE ITALIANO
Semplificando si possono individuare 3 grandi modelli di integrazione socio culturale europei: il modello assimilazionista francese, il modello comunitarista britannico e il modello tedesco del “lavoratore ospite”. Il primo prevede la parità dei diritti e il pieno inserimento socio economico a condizione di una completa aderenza ai valori civili e culturali del paese ospitante, con il conseguente abbandono della cultura originaria, o meglio, di ogni pretesa di un riconoscimento pubblico della differenza culturale. Inversamente, il modello britannico prevede la parità dei diritti di fronte allo stato, mentre l’inserimento socio culturale avviene nella propria comunità nazionale di appartenenza, che viene riconosciuta come soggetto pubblico, e alla quale spetta solitamente una precisa collocazione in ambito lavorativo e sociale. Il modello tedesco, infine, si caratterizza per un inserimento che è unicamente lavorativo e non già culturale né di diritti, e la posizione dello straniero all’interno della società ospitante viene vista come necessariamente temporanea e legata unicamente al lavoro. Tutti e tre i modelli, pur avendo dei punti di forza teorici, hanno dimostrato negli anni i loro limiti e i loro rischi: una parità più formale che reale in Francia, la deriva comunitarista in Gran Bretagna, la stabile precarietà dell’inserimento in Germania.
Non si può parlare di un vero e proprio modello di integrazione italiano, a causa non solo e non tanto della novità del fenomeno migratorio, quanto piuttosto della mancanza di una volontà politica chiara e lungimirante sul tema. Non sono stati individuati principi forti su cui basare le politica di ingresso e inserimento degli stranieri, e negli anni sono rimaste e si sono rafforzate lacune e contraddizioni.
Si possono comunque individuare alcuni punti caratterizzanti il “non-modello” di integrazione italiano:

  • sistema di ingressi debole e contraddittorio, con la conseguenza di un’immigrazione clandestina o irregolare fisiologica
  • assenza di una politica e una legislazione sull’asilo politico
  • carattere perennemente emergenziale e superficiale degli interventi in materia di immigrazione
  • disinteresse per un inserimento civile e culturale
  • inserimento socio economico subordinato alla condizione di accettare posizioni marginali nel mercato del lavoro e di abbandonare ogni pretesa di parità dei diritti civili e politici
  • pratiche amministrative che mantengono gli stranieri in una posizione di precarietà e insicurezza costanti

Si tratta quindi di un modello di integrazione subalterna, marginale, che non mira ad un inserimento stabile e paritario dei cittadini stranieri nella società italiana. E questo non perché lo Stato si illuda di poter ridurre o contenere nel tempo il fenomeno immigratorio, che sa essere definitivo e che non ha intenzione di arrestare, ma bensì per creare una popolazione subordinata, debole nei diritti e muta nelle rivendicazioni, facilmente ricattabile e facilmente criminalizzabile in caso di bisogno. Questo modello è stato definito anche di istituzionalizzazione della precarietà.
L’inserimento avviene sulla base di una sorta di patto tacito per cui gli stranieri possono collocarsi nel mercato del lavoro, ma solo nei livelli più bassi dello stesso, e a condizione che non avanzino rivendicazioni di parità, o richieste di inserimento civile e politico.
Per quanto riguarda l’integrazione culturale, non sembra chiara la politica dello Stato, che ha comunque rifiutato di adottare sia il modello assimilazionista sia quello comunitarista. Questo ultimo sembra non dispiacere ad alcuni esponenti del governo, ma non viene mai abbracciato esplicitamente. D’altronde, il modello della precarietà è portato a disinteressarsi delle politiche culturali, considerando solo l’inserimento lavorativo. È comunque portato a vedere di buon occhio le espressioni “folcloriche” della cultura d’origine, che possano ricordare la “differenza” degli immigrati, e più restio ad investire nell’insegnamento della lingua italiana o nella diffusione dei principi costituzionali.
Nell’istruzione pubblica, anche attraverso delle circolari ministeriali, ci si muove in direzione di un’educazione interculturale che non stravolga i curricoli ma che faciliti l’inserimento degli alunni stranieri e che trasformi la loro presenza in un’occasione di apprendimento per tutta la classe. Rimangono comunque forti negli operatori scolastici, i dubbi e le carenze formative. In tutti gli altri settori dell’amministrazione pubblica, dei servizi e della sanità prende piede la mediazione culturale come soluzione a tutti i problemi di comunicazione con gli stranieri: questa può essere intesa come semplice interpretariato linguistico o come strumento di accesso ai servizi e dialogo con le autorità in direzione di un inserimento positivo. Anche qui rimangono forti le carenze formative e c’è poca chiarezza su quale debba essere il profilo e il ruolo del mediatore culturale.

Le principali conseguenze dell’immigrazione

Conseguenze nel paese di partenza

  • PIANO DEMOGRAFICO
  • L’emigrazione può sfoltire a volte un surplus di popolazione, ma quando l’esodo è numericamente consistente squilibra la piramide demografica provocando un vuoto di presenze nelle classi giovani. Inoltre incide sui livelli di natalità e causa lo spezzarsi dei nuclei familiari.
  • PIANO ECONOMICO
  • Vi può essere positivamente un rientro di valuta forte dall’estero (rimesse) che di solito viene impegata per il mantenimento dei familiari rimasti e per l’acquisto dei beni di consumo. Si assiste all’ampliamento delle categorie dei proprietari e dei consumatori.
  • PIANO SOCIOCULTURALE
  • L’emigrazione può provocare un’alterazione nei modelli di consumo e di comportamento e nella vita di relazione.

Conseguenze nel paese di arrivo

  • PIANO DEMOGRAFICO
  • Normalmente le popolazioni immigrate incidono positivamente sulle classi d’età giovanile e sul tasso di fecondità/natalità (almeno inizialmente) contribuendo all’incremento della popolazione locale.
  • PIANO ECONOMICO
  • La forza lavoro immigrata si adatta alle esigenze del mercato del lavoro locale, inserendosi ai livelli medio-bassi e accettando lavori rifiutati o non desiderati dagli autoctoni per la faticosità, il rischio, i salari bassi, la precarietà. Vi può essere un’incidenza sulla bilancia commerciale dei pagamenti e dei trasferimenti di valuta a livello internazionale: rimesse, pagamento delle pensioni e della sicurezza sociale.
  • PIANO SOCIOCULTURALE
  • Creazione di zone ad alta concentrazione immigrata che si congiungono spesso con fattori di rischio sociale. Sviluppo di pregiudizi sociali ed atteggiamenti razzistici che possono sfociare in episodi di intolleranza e violenza. Pressione sulle istituzioni, specialmente quelle educative, della salute, religiose e della partecipazione sociale e politica. Ricerca di dialogo e mediazione interculturale.

Fonte: Piccolo Atlante Immigrazione – ed. EGA, Torino

IMMIGRAZIONE E INCONTRO TRA LE CULTURE
Possiamo intendere per cultura, l’insieme di risposte che un gruppo umano genera principalmente nel corso del suo processo di adattamento (che sia naturale, sociale o tecnologico) per soddisfare le sue necessità (che siano fisiche, sociali, psicologiche e/o spirituali). L’insieme di espressioni che si sprigionano, costituiscono gli “oggetti culturali”.
La cultura non è una semplice risposta riflessa degli eventi e dei determinismi esterni. E’ prima di tutto l’espressione dell’intenzionalità umana. Le culture inglobano l’esperienza sociale, il paesaggio e le condizioni naturali nelle quali un popolo si è formato (le sue arti, i suoi utensili, le sue architetture, le forme di produzione, il modo di organizzarsi, ecc.), così come le sue aspirazioni, credenze, miti e codici utili alle sue relazioni. Questi elementi tangibili e intangibili si configurano in una maniera tale che trasformano le condizioni esistenti, ed allo stesso tempo esprimono i valori che danno direzione e significato al vissuto personale e collettivo.
L’incontro tra le culture ha sempre segnato la vita dell’essere umano attraverso gli scambi commerciali, le influenze artistiche ed archittettoniche, la scoperta/conquista del nuovo mondo, le colonizzazioni e le migrazioni. Nel corso del processo della storia umana, le diverse culture si sono sviluppate in diverse maniere nei molteplici punti geografici del pianeta, segnati a loro volta, dai contesti delle rispettive epoche. Attualmente e come mai nella storia dell’essere umano, ci troviamo in una situazione d’integrazione culturale a livello planetario.
L’ncontro tra culture è avvenuto nei millenni in differenti modi, le migrazioni in particolare hanno segnato il percorso storico-sociale dell’umanità.
In Italia quest’incontro è soprattutto conseguenza dell’immigrazione.
L’incontro tra le culture è una quotidianità in quanto la presenza di cittadini stranieri nel nostro paese rappresenta una realtà significativa, ciò si evidenzia nel numero crescente di cittadini residenti, di colleghi di lavoro provenienti da altre nazioni, di minori inseriti nelle scuole di ogni ordine e grado, di quartieri che diventano multiculturali.
Oltre all’incontro positivo contrassegnato dallo scambio interpersonale, vanno ricordati altri piani che condizionano il quotidiano e le nostre relazioni con l’altro: sono quelli governati dalle leggi dell’economia, della politica, del radicalismo etnico; sono i divari fra nord e sud del mondo, le logiche dei confini, delle regole della cittadinanza e dell’appartenenza nazionale, dei conflitti etnici, dello sfruttamento e della povertà; sono le logiche del sistema delle migrazioni internazionali, governato da politiche migratorie nazionali; sono le notizie diffuse dai mass-media su sbarchi clandestini di immigrati, violenze nei confronti degli immigrati o perpetrate da immigrati .
Tutto ciò, che influenza la visione del quotidiano e delle relazioni, alimenta la diffidenza e la paura del diverso creando una distanza tra i nativi e gli immigrati.
Una distanza “naturale” è data dalla non-conoscenza dell’altro, dalla non-conoscenza dei differenti modi di affrontare la vita e di vedere il mondo. Questa distanza si può superare con la conoscenza delle culture altrui e l’approfondimento delle relazioni interpersonali; implica un atteggiamento umanista nell’affrontare la relazione interpersonale.
La distanza è superabile quindi se ognuno accoglie l’altro con un atteggiamento di apertura e comunica con l’altro come farebbe con la parte più profonda di se stesso.
Una distanza “meccanica” è data dal non-interesse all’altro, dal pregiudizio e dagli atteggiamenti razzistici. Questa distanza da più valore alla violenza, allo scontro, al sentito dire e alla chiusura piuttosto che all’incontro; preclude qualsiasi forma di superamento del limite e lo retroalimenta.
La distanza non è superabile se oltre all’atteggiamento antiumanista, che si radica sempre di più tra la popolazione, si aggiunge la visione deformata che la “società civile” trasmette dell’immigrato.
I mass-media invece di trattare con delicatezza il contesto storico in cui si trova tutta l’umanità nel momento attuale e dare spazio alle molte positività di questo incontro tra culture, raccontano gli sbarchi degli immigrati clandestini come se fossero degli assalti alle “fortezze”, giustificano l’aumento della disoccupazione a conseguenza dell’ingresso di manodopera immigrata, amplificano le violenze perpetrate da alcuni immigrati come se fosse il caso di tutta la totalità, filmano gli attacchi terroristici come se fossero alla porta di ognuno di noi (sull’onda degli eventi seguiti all’11 Settembre 2001).
Tutto ciò fomenta la discriminazione e la xenofobia, aumentano, infatti, gli atti di violenza nei confronti degli immigrati e vengono descritti come “ragazzate” (caso di Tollegno in provincia di Biella – insulti, percosse e svastiche per una ragazzina di 13 anni – padre italiano e madre marocchina – avvenuto martedì 27/09/05).
Il tutto viene giustificato da leggi restrittive e discriminatorie sul tema immigrazione, dove anche i diritti umani, così tanto discussi nelle Convezioni internazionali, appaio come un lontano ricordo.

IL SENTIMENTO POPOLARE: IL PUNTO DI VISTA DEGLI ITALIANI E DEGLI STRANIERI
Dato l’inquadramento generale è difficile interpretare e generalizzare il sentire popolare, soprattutto per il vissuto che ogni singola persona porta con sé. Sciogliere i nodi dei pregiudizi e degli sterotipi è complesso se non si cerca di agire da più fronti: importanti sono le azioni di molte associazioni, di gruppi volontari, di alcune istituzioni più particolarmente avvezze alla solidarietà… Ma che dire dei legislatori, degli esecutori materiali o meglio di coloro che devono attuare leggi discriminatorie? Dei formatori di opinione e dei giornalisti che fomentano il malcontento generale scaricandolo sull’immigrato che, invece del disprezzo, avrebbe bisogno del conforto e del confronto paritario per affrontare una nuova vita in Italia?

Purtroppo è comune ascoltare parole come queste “gli immigrati oltre ad invadere il nostro paese, rubarci il lavoro, rubarci le donne o gli uomini e delinquere, approfittano dei favori offerti dai servizi sociali!”, sintesi di tutte le false verità, che pervadono il ben pensante e sedicente “non razzista” italiano.
Ne consegue che l’immigrato è il catalizzatore delle insicurezze degli italiani.
Nel rapporto con “l’estraneo” emergono tutte le possibili paure dei pericoli che attraversano questa società, dalla delinquenza alla disoccupazione, a un’“invasione” che fa perdere identità e spazi propri. L’insicurezza viene proiettata sugli stranieri, i quali a loro volta si trovano a subire una situazione che rende difficile la creazione di forme di convivenza e scambio con gli italiani. L’immagine che viene loro rimandata è un’immagine nella quale non si riconoscono e che genera confusione, rabbia e senso di impotenza.

Le paure degli immigrati – Se si ribalta per una volta la prospettiva e ci si situa nell’ottica sperimentata dalla popolazione immigrata in Italia emergono paure ed insicurezze che attraversano la società nel suo complesso:

  • Insicurezze materiali (difficoltà e discriminazioni connesse al lavoro, alla casa, alla lingua e spesso al permesso di soggiorno)
  • Insicurezze che si determinano nel contatto quotidiano della vita urbana (diffidenze, aggressioni, minacce, controlli, ecc.)
  • Disagi nell’utilizzo dei servizi, nel rapporto con le istituzioni (difficoltà di comunicazione, incomprensione delle regole che li governano, scarsa informazione)
  • Insicurezza che si manifesta nella sfera privata (lontananza dalla famiglia d’origine/comunità, rischio della perdita identitaria per sé e per i figli, difficoltà nel rapporto intergenerazionale e di coppia, cambiamento dei ruoli di genere e per classi d’età).

Sarebbe un errore vedere questi fenomeni come estranei e separti dal resto della società italiana, mentre ne sono in gran parte lo specchio.

Rispetto alle politiche che possano facilitare i processi d’integrazione, gli immigrati stessi suggeriscono che ad un’azione di controllo del territorio e alla repressione di atti illeciti commessi anche da altri stranieri, si accompagni un’azione d’informazione, comunicazione e conoscenza reciproca. Da ultimo, ma non meno importante, la possibilità di partecipare attivamente alla vita politica locale attraverso il diritto di voto nelle elezioni amministrative.

Note bibliografiche de “L’immigrazione e l’incontro tra le culture” e “Il Sentimento popolare: il punto di vista degli italiani e degli stranieri” - Da “Piccolo Atlante Immigrazione” – ed. EGA, Torino

Letture:

  • Allaragamento dell’Europa e flussi migratori: ci sarà “l’invasione”?
  • Uno dei maggiori timori legati all’allargamento è quello della cosidetta “invasione” da parte di cittadini neocomunitari, ed in particolare dei lavoratori. Prova ne sia che, proprio per attenuare tale possibilità, tutti i quindici Stati già membri dell’Unione europea, eccezione fatta per l’Irlanda, stanno effettivamente attuando misure transitorie di limitazione della circolazione dei lavoratori neocomunitari.
  • Lo Stato italiano ha deciso di avvalersi delle misure transitorie almeno per il primo biennio, fissando in 20.000 il numero massimo di lavoratori dipendenti provenienti dal complesso degli otto paesi neocomunitari che, nel 2004, potranno accedere al mercato del lavoro interno. Tale quota si aggiunge a quella massima già fissata alla fine del 2003, che riguarda i lavoratori stagionali extracomunitari e che, fino al 1°maggio 2004, includeva anche quelli provenienti dagli attuali nuovi paesi. Le limitazioni alla libertà di circolazione non si applicano ai cittadini neocomunitari (oltre che al coniuge ed ai figli minori di 21 anni) occupati legalmente in Italia al momento dell’adesione ed ammessi a lavorare per un periodo ininterrotto di almeno 12 mesi.
  • Le limitazioni operano esclusivamente nei confronti dei lavoratori dipendenti: i cittadini neocomunitari che intendano esercitare in Italia un lavoro autonomo possono farlo senza alcuna limitazione o restrinzione.
  • Se è vero che i conti si faranno alla fine, sui flussi migratori è già possibile azzardare previsioni, peraltro piuttosto attendibili, anche traendo spunto da quanto si è verificato in utte le passate occasioni di allargamento dell’Unione europea. Secondo i principali studi sul potenziale migratoriodei dieci nuovi Stati membri, dopo un primo momento di pressione, i flussi tenderanno asmorzarsi grazie all’effetto della convergenza socioeconomica, all’armonizzazione del mercato del lavoro ed al miglioramento della qualità della vita dei paesi interessati.
  • In base alle previsioni della Commissione europea, saranno 250 mila i cittadini neocomunitari che ogni anno migreranno verso i “vecchi” Stati membri, riducendosi progressivamente fino a 100 mila alla fine del decennio. Tale prospettiva, il movimento migratorio dei prossini dieci anni riguarderebbe meno del 2% della popolazione dei dieci nuovi paesi, interessando per lo più giovani di un elevato livello d’istruzione.

(http://www.eurofound.eu.int/newsroom/migration.htm)

  • Gli immigrati ci rubano il lavoro?
  • Il mercato del lavoro italiano ha cominciato ad esprimere forti richieste di manodopera straniera già da vari anni ed il fenomeno sta assumendo dimensioni crescenti. La combinazione apparentemente paradossale di disoccupazione e carenza di manodopera disponibile si spiega con la segmentazione del mercato del lavoro sia dal punto di vista geografico che professionale. La disoccupazione meridionale si trasforma in immigrazione interna verso il nord solo in maniera limitata a causa degli alti costi personali, sociali, finanziari che ne conseguono (perdita della rete di sostegno familiare e del beneficio della casa di proprietà).
  • Esistono poi i lavori rifiutati dagli italiani e fatalmente, come in tute le migrazioni, agli ultimi arrivati spettano lavori più ingrati (lavori pesanti o pericolosi nelle fabbriche e nell’edilizia, lavori stagionali nell’agricultura, nel settore turistico-alberghiero, lavori domestici e di assistenza, ecc.) Senza il contributo degli immigrati stranieri piccole fabbriche e piccole-medie imprese sarebbero costrette a chiudere drasticamente la produzione. Inoltre esistono settori che richiedono competenze specifiche, scarsamente disponibili in Italia, è il caso ad esempio degli infermieri. Per tutte queste ragioni gli immigrati costituiscono una componente importante sull’economia italiane e della costruzione del benessere quotidiano della nostra società.
  • Un buon numero di queste persone lavora tuttavia senza copertura contributiva e talvolta anche senza la titolarità di un permesso di soggiorno, tanto nel settore domestico come in quello delle imprese.

(Movimenti migratori – in Piccolo Atlante Immigrazione – ed. EGA, Torino)

LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ITALIANA
Di fronte all’inasprirsi delle leggi italiane che regolano la presenza nel nostro Paese di immigrati provenienti dai Paesi in via di Sviluppo, secondo il Ministero degli Affari Esteri invece, l’Italia è sempre più impegnata in azioni di aiuto, di solidarietà e di collaborazione con i Paesi colpiti dalla povertà, da calamità naturali (vedi l’India dopo la catastrofe dello Tsunami), da guerre decennali e da gravi instabilità politico-economiche (vedi l’Africa, l’Iraq e la Palestina). Tutto questo si traduce in fondi da destinare a progetti di cooperazione internazionale allo sviluppo (regolata dalla legge 49/87 – legge quadro sulla Cooperazione dell’Italia con i P.V.S).
Le contraddizioni emergono nella gestione di questi fondi nonché nelle finalità e nella realizzazione delle operazioni in loco (basta citare l’indagine lanciata nei primi mesi del 2005 dall’Ufficio antifrode della Commissione europea per verificare il corretto utilizzo dei fondi pubblici da parte di molte ONG italiane – fonte 1-). L’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), nel rapporto 2004, muove diverse critiche alla gestione delle risorse destinate dal Governo Italiano all’aiuto allo sviluppo. L’Organizzazione fa notare che l’Aiuto pubblico allo sviluppo (APS) italiano viene erogato in gran parte per “tecnologie e forniture provenienti da aziende italiane”. Una modalità che negli ultimi anni ha assorbito il 92% degli “aiuti” che, invece, dovrebbero essere destinati a progetti e attori dei vari Paesi beneficiari. Insomma i nostri sarebbero sì “aiuti allo sviluppo”, ma a quello delle aziende italiane – fonte 2 -.
C’è poi una contraddizione di fondo nell’atteggiamento del Governo Italiano nei confronti dei Paesi in via di Sviluppo. Già durante il Governo D’Alema abbiamo assistito a fenomeni di politica estera contraddittoria ma la situazione sembra sempre più acuirsi con la salita al Governo di Berlusconi, alleato numero uno dell’America guerrafondaia di Bush e portavoce di una politica neoliberista senza regole e pochi doveri nei confronti dei più deboli della Terra. Da un lato assistiamo all’ingente traffico di armi verso i Paesi in via di sviluppo e alla partecipazione attiva a guerre che mietono vittime ogni giorno (vedi l’Iraq) e dall’altro però l’Italia vuole offrire aiuto finanziando progetti di cooperazione allo sviluppo. La cooperazione italiana va inoltre valutata in termini di integrazione e di dialogo con i popoli nonché analizzata nel contesto sociale attuale che vede i Paesi richiedenti aiuto in un ruolo di sudditanza economica e politica, principale responsabile della condizione di povertà in cui versano questi Paesi.
In merito alla gestione delle azioni di cooperazione italiane, c’è stata in questi ultimi anni un’inversione di tendenza, a partire dalla criticata Missione Arcobaleno del 1999 fino alla gestione dell’emergenza Tsunami. Il Governo Italiano, infatti, ha iniziato a gestire in prima persona le azioni di cooperazione attraverso organismi governativi come la Protezione Civile, ritardando così i finanziamenti alle ONG. La tendenza è quella di politicizzare lo strumento umanitario per contare di più all’interno della comunità internazionale. Questa tendenza ha messo a dura prova la macchina economica delle ONG (Organizzazioni Non Governative) che da decenni (a partire dagli anni ’70 e dal boom degli anni ‘90) avevano il monopolio sugli aiuti. Esse hanno operato ed operano ancora sotto la dipendenza economica del Governo e delle banche italiane anche se i fondi destinati ai loro progetti sembrano diminuire a dismisura (i tagli della scorsa Finanziaria hanno segnato un ulteriore decremento dei fondi allo sviluppo che nel 2004 si attestano intorno allo 0,11% del Pil nazionale, mentre la Finanziaria 2005 riduce ulteriormente gli aiuti allo sviluppo – fonte 3 -).
Di fronte ad un quadro complesso fatto di scontri tra Governo e ONG e di interessi economici scandalosi che fanno pensare alle ONG come a delle “multinazionali della solidarietà”, molte ONG e associazioni di volontariato hanno iniziato dei percorsi di ricerca di una nuova identità e riscoperta dei veri valori di solidarietà. Di fronte alla crisi della cooperazione italiana, un nuovo fronte sembra proporsi e avanzare come unico modello possibile: la cooperazione dal basso, un “bagno nel sociale” – come si potrebbe definire – che vede la spinta all’azione sociale basata sull’indipendenza economica dal Governo, sull’auto-organizzazione e sul coinvolgimento diretto dei volontari e delle popolazioni richiedenti aiuto. Questo è il modello di cooperazione umanista e di tutte quelle piccole associazioni che vivono di traguardi personali e di collaborazione diretta della gente.

Il ruolo delle ONG e delle organizzazioni governative
Attualmente meno dell’1% dei fondi governativi allo sviluppo è destinato a progetti promossi da ONG (che richiederebbero invece almeno il 6% dei fondi) poiché il grosso della “torta” è assorbito dalle aziende italiane e dai versamenti a organismi internazionali (fao, unicef, che spesso hanno costi di gestioni altissimi – fonte 4 – ) e ad enti pubblici (come croce rossa e protezione civile). questo il dato che conferma l’inversione di tendenza da parte del governo di finanziare sempre più interventi di emergenza affidati ad enti governativi - che si atteggiano sempre più a protagonisti della scena internazionale - e non a progetti di sviluppo di lungo periodo prerogativa della maggior parte di ONG. basta citare il ruolo che la croce rossa ha avuto nella liberazione delle due volontarie della ONG italiana “un ponte per” rapite in iraq lo scorso anno o quello della protezione civile che ha dominato la scena all’inizio del 2005 con l’emergenza tsunami acquisendo popolarità sulla scena internazionale e offuscando pesantemente il consueto intervento delle ONG nei luoghi toccati da calamità.
la fine dell’intervento di tipo “cooperativo”, con il diffondersi di quello di tipo spot legato all’”emergenza”, è legato all’aumento degli squilibri nel mondo caratterizzati da tracolli finanziari, conflitti tra etnie e guerre che sono solo la sintesi delle politiche neo-liberiste, della globalizzazione a senso unico portata avanti dai paesi ricchi.
l’operato di questi enti, veloci negli interventi e pronti a qualsiasi missione permettono al governo di conquistarsi l’opinione pubblica che si sentirà così rassicurata, lo stato potrà affermare così, la sua capacità di rispondere a qualsiasi emergenza, i donatori e gli sponsor sentiranno di aver investito bene i loro capitali e al contempo il governo non dovrà sobbarcarsi i costi di missioni lunghe e di minor impatto propagandistico. questo modo di operare, da un punto di vista umanista, snatura però lo stesso concetto di cooperazione proprio perché non genera cooperazione tra due paesi ma esalta l’intervento di un unico paese protagonista della scena che si erge a salvatore dei più deboli, non collabora con i governi dei paesi colpiti, non coinvolge le popolazioni e i volontari locali ed impone la propria esperienza e la propria metodologia di azione come unico modello possibile.
accanto a questo modo di operare, nonostante la crisi e l’incrinarsi dei rapporti con lo stato, non dobbiamo dimenticare le ONG che nonostante tutto “resistono” cercando nuovi modi di operare e di recuperare fondi. non va dimenticato che il braccio volontario della cooperazione italiana nei paesi in via di sviluppo è composto principalmente da ONG, attualmente circa 154 (dato variabile in base alle fonti di informazione) riconosciute dal ministero degli affari esteri e raccolte in tre federazioni: FOCSIV (federazione degli organismi cristiani di servizio internazionale volontario), il COCIS (coordinamento delle organizzazioni non governative per la cooperazione internazionale allo sviluppo) e il CIPSI (coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale).
I finanziamenti dello Stato alle ONG nel 2004 sono ammontati a circa 70 milioni di euro (pochi rispetto ai 50 milioni di euro raccolti dal Governo Italiano solo per l’emergenza Tsunami). Si tratta di somme destinate a co-finanziare un centinaio di progetti di aiuto che le ONG realizzano nei Paesi in via di sviluppo, a cominciare dall’Africa, cui va oltre un terzo dei finanziamenti deliberati – fonte 5 –) . Le ONG sembrano attraversare un periodo di crisi o meglio di riflessione sul proprio operato: critiche da più fronti hanno puntato il dito soprattutto sulla loro posizione di dipendenza da finanziamenti statali (quasi il 90% dei finanziamenti ricevuti dalle ONG provengono dallo Stato italiano – fonte 6 – ), sul loro somigliare spesso a delle imprese (solo in Italia: un fatturato di 73 mila miliardi di lire, 630 mila lavoratori retribuiti con stipendi per i responsabili paragonabili a quelli di funzionari di importanti imprese a carattere lucrativo) e, infine, sulla poca integrazione con la gente del luogo e lo scarso impiego di volontari locali per le scelte decisionali. L’assenza di monitoraggio dopo il termine del progetto o alla scadenza dei fondi utili all’ultimazione dei lavori, la mancanza di un adeguato e trasparente «sistema di valutazione dell’efficacia dei progetti» e la certezza della loro concreta realizzazione, hanno incrementato questa crisi compromettendo la programmazione degli aiuti futuri.

La cooperazione “dal basso” e la proposta umanista
Di fronte alla condizione sociale italiana sempre più precaria e di fronte all’instabilità mondiale che genera inquietudine e incertezza per il futuro, gli italiani sembrano riscoprire l’importanza dell’impegno sociale a favore dei Paesi in via di Sviluppo.
Crescono le associazioni di volontariato: e Organizzazioni di Cooperazione e solidarietà internazionale sono, secondo l’Istat, 1433, di cui il 90% sono “di base”, formate solo da volontari e si fondano sull’autofinanziamento mentre le ONG sono solo il 10% .
Cresce anche l’attenzione verso un’economia solidale nei confronti dei Paesi in via di sviluppo attraverso il consumo critico e il commercio equo e solidale. Questa tendenza è infine confermata dall’aumento di attivisti e volontari italiani impegnati nelle associazioni.
Con l’aumento di questa sensibilità è stato, ed è ancora necessario, incanalare questa spinta, questa energia, verso la forma più umanista di cooperazione.
Il nostro modello di cooperazione è caratterizzato dal “principio di reciprocità”, e di “auto-organizzazione” delle popolazioni. Infatti tutte le persone che beneficiano di aiuti o di campagne di appoggio umano, si impegnano a loro volta a contribuire al progetto stesso secondo il principio “io do affinché tu dia ad altri”. La finalità della cooperazione umanista, basata sul lavoro volontario, lungi dall’essere una forma d’umanitarismo occasionale e senza direzione, è quella di fornire strumenti e mezzi sia materiali, sia ideologici per la conquista dell’autonomia da parte delle popolazioni, perché si organizzino e si auto-gestiscano in maniera indipendente. Ciò si traduce nella permanenza dell’azione in questi Paesi con l’obiettivo non solo di realizzare progetti ma di collaborare insieme alle popolazioni locali per la riappriopriazione del loro territorio e della loro dignità di esseri umani. Il compito dei volontari umanisti, impegnati nei paesi poveri, è quello di lavorare per la formazione di una struttura in grado di mettere in marcia fronti abitativi nei quartieri delle città e nei villaggi, dove le persone del luogo siano in grado di gestirsi almeno negli aspetti fondamentali: sanità, educazione e qualità della vita. La cooperazione umanista in Italia si concretizza con l’organizzazione di fronti d’azione in appoggio a tali progetti , vengono messe in marcia attività tese all’auto-sostentamento di almeno il 75% del progetti all’estero, si sviluppano attività di denuncia degli squilibri del mondo e iniziative di dialogo tra le culture.
Conclusione
La Cooperazione allo sviluppo italiana deve abbandonare (citando l’affermazione dell’antropologo francese Bernard Hours) l’“approccio umanitaristico”, quella ideologia dei diritti umani, che si trasforma facilmente in una retorica di principi e in un “esercizio demagogico” in cui i diritti umani sono ridotti “gadget ideologico dell’occidente”. La conseguenza di questo approccio è la riduzione degli uomini ad una esclusiva condizione di vittime, che dimentica la “globalità” della loro vita per ridurla alla sfera della sopravvivenza. “La vittimizzazione del mondo provoca la perdita della dignità per chi la subisce”.
Non può esserci, secondo il pensiero umanista, alcuna cooperazione senza interazione e dialogo reali, sulla base di posizioni paritarie. Non può esserci alcuna cooperazione che mantenga obiettivi di sviluppo reale e sostenibile senza che l’Italia cominci a rivedere seriamente alcune contraddizioni che contribuiscono a buona parte degli squilibri del mondo.
Non vi sarà finanziamento o accordo di politica internazionale di cooperazione allo sviluppo che possa produrre un risultato concreto se le politiche economiche internazionali non cambieranno il loro disumano orientamento, se il traffico di armi (in tre anni l’export di materiale bellico italiano è cresciuto di oltre il 60% indirizzato nella maggior parte dei casi ai Paesi colpiti da instabilità socio-economiche – fonte 8 –) continuerà ad essere uno dei vanti del “made in italy” e se l’ombra delle speculazioni finanziarie, lo spostamento di grandi capitali verso un’unica costante direzione (si apprende l’incremento notevole delle transazioni bancarie che questo anno raggiungono i 1317 milioni di euro, quasi raddoppiate rispetto allo scorso anno quando ammontavano a “soli” 722 milioni di euro – fonte 9 –) continuerà ad avanzare senza sosta.

Note bibliografiche de “la cooperazione internazionale”
Fonte 1 - Testata IL SOLE 24 ORE – del 29/06/2005 - Sezione ECONOMIA ITALIANA - Titolo Dieci Ong italiane nel mirino – Autore Alessia Maccaferri«BR/» Valentina Melis


DIECI ONG ITALIANE NEL MIRINO
MILANO - Si allarga ad altre organizzazioni non governative italiane l’indagine lanciata dall’Olaf, l’ufficio anti frode della Commissione europea per verificare il corretto utilizzo dei fondi pubblici (in particolare provenienti da Bruxelles), che rappresentano la maggior parte dei finanziamenti delle Ong del nostro Paese. Oltre a Movimondo e all’Associazione per la partecipazione allo sviluppo di Torino (si veda l’inchiesta pubblicata su «Il Sole-24 Ore» di ieri) i controlli riguarderebbero almeno una decina di enti. Il 21 febbraio scorso i tecnici dell’Olaf, coadiuvati dalla Guardia di Finanza, hanno avviato un’ispezione (durata due settimane) nella sede centrale del Cesvi di Bergamo, organizzazione attiva da 20 anni nella cooperazione allo sviluppo. Le conclusioni non sono ancora note, e i responsabili dell’organizzazione preferiscono non rilasciare dichiarazioni, ma nella relazione del Consiglio direttivo all’assemblea dei soci, preparata in vista della pubblicazione del bilancio (il Cesvi nel 2004 ha raccolto 18 milioni di euro), si legge: «Ci siamo avvalsi del supporto di Kpmg (società di revisione, ndr) per un’attività tuttora in corso finalizzata ad affinare e formalizzare alcune procedure interne (acquisti e rendicontazione dei progetti) e l’audit interno». La relazione precisa più avanti: «Tutte le donazioni e i finanziamenti che abbiamo fin qui amministrato sono stati impiegati in modo da garantire il massimo risultato per i beneficiari (…) e siamo sicuri che i risultati dell’ispezione ce ne daranno atto».
Tra le altre Ong italiane ispezionate dall’Olaf c’è Alisei, attiva in diversi Paesi dell’Africa, dell’America Latina e nei Balcani, con un bilancio di 30 milioni di euro costituito per oltre il 90% da fondi pubblici.
«Abbiamo avuto una visita di controllo quindici giorni fa - ammette il presidente Ottavio Tozzo - da parte dei tecnici Olaf e della società di audit della commissione europea che monitora le Ong italiane. La visita è durata quattro giorni, e ha riguardato soprattutto le procedure di governance e la gestione delle forniture». L’indagine dell’ufficio europeo antifrode si concentra infatti sull’acquisto dei beni necessari alle Ong, dalle auto, ai materiali sanitari, ai kit igienici
Quanto alla posizione di Movimondo, a cui Echo (il dipartimento per l’aiuto umanitario della commissione europea) ha sospeso un accordo di partnership già firmato, e anche i pagamenti per attività svolte e approvate, il direttore Marcello Goletti precisa: «Non ci sono state notificate accuse formali di malversazione, ma solo irrgolarità procedurali. È vero, non abbiamo fatto una regolare gara d’appalto per le forniture avute dalla srl Cogefo, ma questo non significa che siamo colpevoli di malversazione. Inoltre - aggiunge - l’indagine europea e quella della magistratura italiana sono arrivate nel momento in cui già avevamo avviato un processo di cambiamento della governance, nella direzione di una maggiore trasparenza e di un minore verticismo».
In Italia gran parte delle organizzazioni sono rappresentate dall’Associazione italiana Ong. «Nel caso di Movimondo e Aps era stata aperta un’indagine dalla magistratura - spiega Guido Barbera, presidente del Coordinamento di iniziative popolari di solidarietà internazionale e rappresentante a Bruxelles dell’Associazione italiana delle Ong -. In questi nuovi casi siamo nell’ambito delle indagini informali: Olaf, accompagnata dalla Guardia di Finanza, sta verficando alcune segnalazioni». Se le indiscrezioni di queste ore trovassero conferma il numero di Ong italiane coinvolte sarebbero almeno un terzo rispetto al totale delle indagini avviate. «Questo non significa che le Ong italiane non siano degne di fiducia né che i loro progetti non siano di valore. Purtroppo noi italiani siamo bravi a farci del male da soli, per esempio, con le segnalazioni anonime. Certo, dobbiamo rivedere con cura le metodologie sugli acquisti e le gare d’appalto».
Caratteristica costante delle Ong italiane, rispetto ai network internazionali presenti nel nostro Paese, come Action Aid, Medecins sans frontières, Save the Children, è una forte dipendenza dai finanziamenti pubblici e un legame più marcato con il mondo politico. È la sinistra Ds, ad esempio, l’area di riferimento socio culturale di Movimondo: Claudio Bernabucci, ex funzionario del partito, è stato presidente dell’organizzazione fino al 1998, e il penultimo presidente, Giuseppe Crippa, è stato anche deputato.
La dipendenza dai fondi pubblici e i legami con la politica sembrano i punti di debolezza delle Ong italiane. All’assemblea dell’Associazione programmata per sabato, l’urgenza delle inchieste in corso scalzerà gli altri ordine del giorno e la trasparenza diventerà il tema centrale.
ALESSIA MACCAFERRI - VALENTINA MELIS

  • Fonte 2, 3 e 4 - www.unimondo.org - Internet per i diritti umani e lo sviluppo sostenibile   - Articolo: La cooperazione italiana? Avara - Martedì, 07 dicembre, 2004
  • Fonte 5 - http://www.giornateperlacooperazione.it/temi.shtml
  • Fonte 6 - Dati rilevati dal libro “Le ambiguità degli aiuti umanitari” di Giulio Marcon (Editrice Feltrinelli).
  • Fonte 7 - Da “LA STAMPA” del 1/9/2002 un estratto dell’intervista a Giulio Marcon, presidente del Consorzio italiano di solidarietà.
  • Fonte 8 e 9 - mailto:andrea.trentini@unimondo.org www.Unimondo.it Fonte: Armi: cresce l’export italiano alla faccia della crisi! giovedì, 07 aprile, 2005


CONCLUSIONI
Dall’analisi della situazione sociale italiana dal punto di vista dell’incontro e della convivenza, sul territorio nazionale di differenti culture e da quello del ruolo che il nostro Paese svolge nel processo di mondializzazione/globalizzazione, possiamo dire che in Italia l’incontro fra le culture è avvenuto soprattutto come conseguenza dell’immigrazione e che le caratteristiche del fenomeno migratorio ci consentono di affermare che l’immigrazione in Italia non è un fenomeno congiunturale,e che nonostante sia relativamente recente è entrato in una fase di stabilizzazione: non possiamo quindi credere all’ “emergenza immigrazione” nei termini di invasione.
Nonostante questa condizione (evincibile da dati statistici) gli approcci politico, legislativo, economico e mediatico al tema dell’immigrazione non mirano a confrontarsi con un dato ormai di fatto (la presenza di numerose e differenti culture sul territorio nazionale) ma preferiscono confrontarsi con esso sempre in termini di “problema”, “emergenza”, “criticità”.
La mancanza di un modello di integrazione reale ma soprattutto la presenza di un tipo di integrazione definibile “subalterna”, che mira esclusivamente a regolamentare gli ingressi in modo sempre più marginale,ma non ad un inserimento stabile e paritario dei cittadini stranieri nella società italiana, ci fa capire che lo Stato non si illude di ridurre o contenere nel tempo il fenomeno immigratorio ( che sa essere definitivo e che non ha intenzione di arrestare per motivi economici), ma bensì, intende creare una popolazione subordinata, debole nei diritti e muta nelle rivendicazioni, facilmente ricattabile e facilmente criminalizzabile in caso di bisogno. Questo modello è stato definito anche di istituzionalizzazione della precarietà.
Allo stesso modo l’integrazione culturale, l’istruzione e tutti gli altri settori dell’amministrazione pubblica, dei servizi e della sanità non danno risposte efficaci all’incontro tra le culture che sta avvenendo nel nostro Paese, limitandosi alla mediazione culturale (intesa come semplice interpretariato linguistico o come strumento di accesso ai servizi e dialogo con le autorità) come soluzione a tutti i problemi di comunicazione con gli stranieri.
D’altro canto, fuori da “casa nostra”, secondo il Ministero degli Affari Esteri, l’Italia è sempre più impegnata in azioni di aiuto, di solidarietà e di collaborazione con i Paesi colpiti dalla povertà, da calamità naturali, da guerre decennali e da gravi instabilità politico-economiche. Questi sono gli stessi Paesi dai quali provengono gli stranieri presenti sul territorio italiano, gli stessi stranieri che non godono di una politica che assicuri loro uno stato di diritto. E’ evidente la contraddizione di fondo nell’atteggiamento del Governo Italiano anche sul territorio dei Paesi in via di sviluppo: da un lato assistiamo all’ingente traffico di armi verso questi Paesi ed alla partecipazione attiva dei nostri militari a guerre che mietono vittime ogni giorno e dall’altro l’Italia vuole offrire aiuto, finanziando progetti di cooperazione allo sviluppo. Viene da chiedersi di quale tipo di sviluppo si stia parlando.
Dobbiamo aggiungere a questo quadro il “sentimento popolare”: nel rapporto con “l’estraneo” emergono tutte le possibili paure dei pericoli che attraversano questa società, dalla delinquenza alla disoccupazione, a un’“invasione” che fa perdere identità e spazi propri. L’insicurezza viene proiettata sugli stranieri, i quali a loro volta si trovano a subire una situazione che rende difficile la creazione di forme di convivenza e scambio con gli italiani. Se si ribalta per una volta, la prospettiva e ci si situa nell’ottica sperimentata dalla popolazione immigrata in Italia, emergono paure ed insicurezze che attraversano la società nel suo complesso: insicurezze materiali, insicurezze che si determinano nel contatto quotidiano della vita urbana, disagi nell’utilizzo dei servizi, nel rapporto con le istituzioni, insicurezza che si manifesta nella sfera privata.
Possiamo dire quindi che nonostante le paure siano simili e di base sicuramente anche le aspirazioni (in quanto tutti esseri umani al di là della provenienza) il dialogo, l’incontro non risultino facili.
E’ necessario però aggiungere, per completezza, che di fronte alla condizione sociale italiana sempre più precaria ad all’instabilità mondiale che genera inquietudine e incertezza per il futuro, gli italiani sembrano riscoprire l’importanza dell’impegno sociale a favore dei Paesi in via di Sviluppo.
Crescono le associazioni di volontariato: e Organizzazioni di Cooperazione e solidarietà internazionale sono, secondo l’Istat, 1433, di cui il 90% sono “di base”, formate solo da volontari e si fondano sull’autofinanziamento mentre le ONG sono solo il 10% .
Cresce anche l’attenzione verso un’economia solidale nei confronti dei Paesi in via di sviluppo attraverso il consumo critico e il commercio equo e solidale. Questa tendenza è infine confermata dall’aumento di attivisti e volontari italiani impegnati in associazioni che promuovono la cooperazione internazionale ma anche la lotta alla discriminazione e l’incontro tra le culture.

PROPOSTE
Nella società attuale, la convivenza tra differenti culture è un fatto quotidiano. La cosa straordinaria di questo momento storico è che si tratta di un momento di mondializzazione, nel quale tutte le culture si avvicinano e si influenzano reciprocamente, come mai era accaduto in passato.
E’ importante distinguere tra questo processo di mondializzazione crescente e la globalizzazione. Questa ultima, di cui si fa tanto parlare, altro non è che il comportamento tradizionalmente sostenuto dai centri imperiali. Come è più volte accaduto nel corso della storia, questi imperi si installano, si sviluppano e fanno girare intorno gli altri popoli, cercando di imporre la propria lingua, i propri usi e costumi, il proprio modo di vestire e di mangiare, tutti i propri codici. Alla fine queste strutture imperialiste terminano nella violenza e nel caos, prodotti dalla loro ingenua prepotenza e dallo scontro culturale.
La risposta del Centro delle Culture, di fronte alla situazione attuale, è un invito alla preservazione culturale ma anche all’approfondimento della propria cultura per una migliore comprensione delle sue radici ed un rafforzamento intenzionale dei suoi migliori aspetti. Tale risposta deve essere accompagnata da un lavoro di dialogo affinché le culture riconoscano se stesse e attraverso di ciò riconoscano il valore delle altre in particolare, come in Italia, nelle situazioni di emigrazione ed immigrazione nelle quali è fondamentale stabilire relazioni di cooperazione e complementazione. Accanto al dialogo ed alla conoscenza che possono aiutare a superare la paura del diverso è necessario denunciare gli abusi di potere e gli atti discriminatori ma anche operare una critica approfondita dei valori sui quali si sostenta questo sistema, per riuscire a dare una risposta positiva ai conflitti culturali.
La proposta del Centro delle Culture è quella di influire affinché alla crescente diffidenza e violenza tra le culture si sostituisca il dialogo ed il rispetto mutuo, l’omogeneizzazione lasci il posto alla diversità convergente e la frammentazione all’integrazione e alla costruzione di una nuova civiltà umanista.
Tutto questo sarà possibile attraverso l’azione concertata dei tre organismi umanisti: il cambiamento di relazione tra le culture deve certo avvenire su un piano sociale e culturale ma necessita anche di un cambio e quindi di proposte, politiche, legislative , educazionali ed esistenziali.
Infine si impone l’urgenza di una riflessione approfondita su concetti quali cultura, identità e dialogo: qui di seguito alcuni spunti di riflessione su questi temi che possono facilitare il lavoro della formazione di ambiti nei quali vengano recuperate le idee, le credenze ed i comportamenti umanisti di ogni cultura, che al di là di qualsiasi diversità, si trovano nel cuore dei differenti popoli ed individui.

SPUNTI DI RIFLESSIONE: IDENTITA’, CULTURA, DIALOGO
L’identità non è una proprietà intrinseca all’individuo ma una costruzione, un processo che si sviluppa in relazione ad uno specifico contesto e in risposta a degli stimoli esterni. Non è un’ entità compatta e monolitica ma composita e in perenne evoluzione. È il mezzo, l’interfaccia che permette all’individuo di collocarsi nello spazio sociale e di confrontarsi con esso.
È importante sottolineare questo carattere strumentale per controbattere ancora una volta a quella concezione “essenzialista” dell’identità, e per poter cogliere le strategie identitarie messe in atto, più o meno coscientemente, dall’individuo in risposta ad una determinata situazione.
Occorre smontare l’idea deterministica per cui l’identità è legata soprattutto all’origine di una persona: è un concezione che toglie valore alla specificità dell’individuo, degradando la sua umanità e negando la sua libertà, e che sta alla base del razzismo.
Una tendenza altrettanto diffusa è quella di ridurre l’identità ad una singola appartenenza, etnica, nazionale o religiosa, quando invece l’identità si forma a partire da più appartenenze, tutte ugualmente importanti. La paura e l’atteggiamento aggressivo degli altri conducono ad erigere una sola appartenenza ad identità suprema, confondendola con un “essenza” profonda. Solo accogliendo in noi stessi questa molteplicità di appartenenze, e incoraggiando gli altri a farlo, potremo superare il razzismo e il fanatismo, scoprendo che la diversità non è qualcosa di estraneo ma è in tutti.
I migranti e i loro figli sono le prime vittime di questo modo violento di vedere l’identità come appartenenza unica e “naturale”. Si impone loro di fare una scelta impossibile quando si chiede ad esempio “ti senti più italiano o più marocchino?”. Riconoscere la complessità e la libertà dell’essere umano significa permettergli di elaborare come crede la propria origine, di assimilarsi alla cultura del paese di accoglienza, di conservare un forte legame con il paese di provenienza, ed anche di sentirsi al contempo italiano, musulmano, europeo, ecc.
La cultura può essere vista come un sistema di simboli e codici di percezione della realtà, valutazione e risposta comportamentale. Nessuna azione dell’uomo, nessuna affermazione e nessuna rappresentazione sfugge a questo sistema di senso che è la cultura, in quanto da essa viene guidata e in essa solo assume un significato.
Le culture così intese sono la risultante di processi, strategie e conflitti, inseriti in un determinato contesto storico e geografico. In questo senso le culture non possono essere intese come entità fisse e immutabili ma come processi storici, al contempo prodotti e soggetti del divenire storico. Esse non sono mai degli insiemi omogenei e monolitici, ma plurali e composite, al cui interno si trovano elementi diversi e persino contrastanti. Le culture hanno sempre un carattere relazionale in quanto si costituiscono, agiscono, “vivono”, solo in relazione alla storia e al confronto con sistemi culturali differenti.
Si potrebbe dire che le culture non esistono in quanto entità stabili, fisse e perfettamente delineabili e distinguibili, ma che esistono solo codici, pratiche, modelli e processi culturali.
Esiste una concezione diffusa a tutti i livelli del pensiero, che vede le culture come dei “dati”, ignora il carattere processuale e relazionale della dimensione culturale, e toglie valore alle scelte e ai percorsi del singolo individuo. Questa concezione si esprime nella retorica dell’autenticità, che vorrebbe ritrovare l’essenza della cultura, ripulendola da ciò che viene considerato come una contaminazione, e che finisce invece per folklorizzare e imbalsamare alcuni elementi culturali selezionati in base a criteri ideologici.
A questa concezione non sfuggono né le ideologie neo-razziste, nelle quali il termine “cultura” ha finito per sostituire quello di “razza”, né alcuni discorsi sul multiculturalismo. Se questi ultimi hanno avuto il merito di relativizzare i nostri sistemi di riferimento culturali e di conferire pari valore a sistemi “altri”, ciò non di meno sembrano perpetrare un’immagine delle culture come entità fisse e definite, che possono essere affiancate e confrontate. Questa concezione sembra ignorare il pluralismo interno ad ogni sistema si simboli e l’inevitabilità delle commistioni e delle relazioni, oltre al fatto che non prende in considerazione il soggetto reale cioè l’uomo.
Persino la formulazione “dialogo tra le culture” rischia di farci dimenticare qual è il vero interesse: non sono le culture a dialogare, ma le persone. A noi interessa avvicinarci a una cultura, approfondirne la conoscenza in quanto ci permette di meglio relazionarci con la persona, e non il contrario, cioè entrare in relazione con una persona per conoscere la sua cultura. Occorre fare attenzione a non cadere nella trappola di considerare le persone come semplici portavoce, o portatori (più o meno sani) di una cultura. Non bisogna dimenticare che la cultura è strumento dell’uomo, è una sorta di cassetta degli attrezzi, non deve diventare una camicia di forza.
Il nostro compito sarà combattere la concezione essenzialista dell’identità e della cultura perché sta alla base della discriminazione e del razzismo, e perché antiumanista. Combattere questa concezione significa ribadire anche in ambito culturale la centralità dell’essere umano.

BIBLIOGRAFIA

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DOCUMENTI

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  • Caritas/Migrantes – “Dossier Statistico 2004” – Roma - IDOS - Anterem
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SITI WEB

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  • http://www.meltingpot.it
  • http://www.ministerodell’interno.it
  • http://www.poliziadistato.it
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